Testo curato da Roberto Isabella

Un articolo pubblicato da The School of Life formula una tesi tanto paradossale quanto perturbante: talvolta non abbiamo soprattutto paura che l’amore finisca; abbiamo paura che riesca.
«Il vero terrore non è che l’amore fallisca, ma che, per una nostra svista, abbia successo.»
Secondo l’articolo, la possibilità di accogliere l’amore nella vita adulta dipende anche dall’affidabilità delle nostre prime esperienze affettive. Quando amare ha significato attendere invano, dipendere da una persona imprevedibile oppure sentirsi continuamente insufficienti, l’indipendenza può trasformarsi in una vera e propria corazza.
Non cessa necessariamente il desiderio d’amore. Si riduce, piuttosto, la capacità di tollerarne la presenza reale.
Possiamo allora scegliere persone lontane, già impegnate, emotivamente indisponibili o separate da noi da una differenza apparentemente insuperabile. Possiamo chiedere amore proprio a chi, inconsciamente, sappiamo che non potrà concedercelo. Oppure possiamo individuare difetti sempre nuovi non appena una relazione comincia a diventare sufficientemente vicina e importante.
Da una prospettiva psicoanalitica, questo meccanismo non può essere ridotto alla semplice “paura di soffrire”. L’oggetto impossibile possiede una funzione precisa: permette al desiderio di conservarsi senza dover affrontare fino in fondo l’incontro con una persona reale.
Finché l’altro rimane lontano, il desiderio può alimentarsi della mancanza, della fantasia e dell’attesa. Quando invece l’altro si avvicina e potrebbe davvero rispondere, viene messa in discussione l’intera organizzazione difensiva del soggetto. Amare significa allora esporsi, riconoscere la propria dipendenza affettiva e accettare che qualcuno possa acquistare il potere di renderci felici — ma anche di mancarci.
Il sabotaggio non dimostra necessariamente che l’amore fosse assente. A volte mostra, al contrario, quanto la possibilità concreta dell’amore sia diventata difficile da sopportare.
Non si tratta di malvagità né di una volontà consapevole di soffrire. Si tratta spesso della fedeltà inconsapevole a un’antica soluzione protettiva: una difesa che un tempo può averci preservati dalla delusione, ma che continua ad agire quando le condizioni che l’avevano resa necessaria non esistono più.
Comprendere questa ripetizione non basta automaticamente a dissolverla. Può però permetterci di formulare una domanda diversa. Non soltanto:
Perché le mie relazioni continuano a fallire?
Ma soprattutto:
Che cosa diventerebbe pericoloso, dentro di me, se una relazione finalmente riuscisse?
Fonte: The School of Life, “The Lengths We Go to Avoid Love”, sezione Relationships – Finding Love, consultato il 2 settembre 2026. L’articolo non presenta una firma individuale; il breve passo citato è tradotto dall’originale inglese.